Comparsa conclusionale. Azione art. 1669 c.c.

Responsabilità dell’appalltatore.
TRIBUNALE CIVILE ANCONA SEZIONE DISTACCATA DI SENIGALLIA

per
F. DANIELA + 10
contro
T. COSTRUZIONI S.N.C.,
e contro
Arch. T. T.; Ing. G. G.;
V. S.R.L.; NUOVA X. S.P.A.
COMPARSA CONCLUSIONALE

I SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione ritualmente notificato, gli attori hanno convenuto in giudizio la T. COSTRUZIONI, in qualità di appaltatore, al fine di sentirla condannare al risarcimento dei danni subiti, pari al costo delle opere necessarie per eliminare i gravi vizi e difetti indicati in narrativa, manifestatisi nella proprietà condominiale e all’interno delle proprietà esclusive.
In sede di precisazione delle conclusioni, tali danni venivano quantificati nell’importo di euro 62.090,60, oltre IVA di legge, ovvero nella somma maggiore o minore ritenuta di giustizia, oltre agli interessi legali e alla rivalutazione monetaria delle somme con decorrenza dall’anno 2003, al rimborso delle somme versate al CTU nella fase di accertamento tecnico e in quellla di merito per la parte posta a carico degli attori, nonché al rimborso delle spese di CTP e quelle di lite.
Si costituiva la T. COSTRUZIONI, la quale si opponeva alla domanda e chiedeva, comunque, di poter chiamare in causa la V. S.R.L., quale committente, l’Ing. G. G., quale progettista strutturale e l’Arch. T. T., quale progettista architettonico e direttore dei lavori, al fine di sentirsi garantire e manlevare in caso di condanna. Su richiesta di quest’ultimo era chiamata nel processo anche la NUOVA X. S.P.A., quale assicuratore della responsabilità civile del professionista.
In corso di causa era acquisito il fascicolo relativo all’A.T.P promosso dagli attori, nonché esperita una C.T.U e disposta l’audizione di due testi in merito alla data della perizia di parte attrice, redatta prima dell’introduzione della causa.
All’udienza del 28.11.2005 la causa passava in decisione.

II SULLA NATURA DELL’AZIONE ESERCITATA DAGLI ATTORI  E SULLA LORO LEGITTIMAZIONE ATTIVA.

Gli attori hanno esercitato la particolare azione ex art. 1669 c.c.. È opportuno rilevare che la giurisprudenza della Suprema Corte (per una ricostruzione della norma, tra le più recenti si v. Cass. Civ. n. 1748/2005) ritiene che l’art. 1669 c.c., nonostante la sua collocazione nell’ambito del contratto di appalto, dà luogo ad un’ipotesi di responsabilità extracontrattuale che, pur presupponendo un rapporto contrattuale, ne supera i confini e si configura come obbligazione derivante dalla legge per finalità e ragioni di carattere generale.
La norma è diretta a tutelare l’interesse di natura pubblica, che trascende quello individuale del committente, alla stabilità e solidità degli immobili destinati ad avere lunga durata, in modo che siano garantite l’incolumità e la sicurezza dei cittadini.
Essa, dunque, si pone in rapporto di specialità con la norma dell’art. 2043 c.c., che prevede in via generale la responsabilità per atto illecito generatore di danno ingiusto (Cass. 9.1.1990, n. 8), sicché, ove non risulti applicabile la norma speciale, permane la possibilità di applicazione di quella generale (Cass. 7.4.1999, n. 3338).

La legittimazione ad agire contro l’appaltatore ed eventuali soggetti corresponsabili spetta non soltanto al committente ed ai suoi aventi causa, ma anche all’acquirente dell’immobile (Cass. 5.10.1998, n. 9853; id. 4622/2002) e, più in generale, a qualunque terzo che lamenti di essere danneggiato dai gravi difetti della costruzione, dalla rovina o dal pericolo di rovina di essa. Il difetto di costruzione, da cui origina la responsabilità ex art. 1669 c.c., consiste in un’alterazione conseguente all’insoddisfacente realizzazione dell’opera e può riguardare anche una parte accessoria (Cass. 1578/2005).

Alla luce di quanto sopra, l’eccezione di difetto di legittimazione attiva sollevata dalla difesa della T. COSTRUZIONI risulta del tutto infondata, sia perché gli attori hanno esercitato l’azione di cui all’art. 1669 c.c. e non quella ex art. 1667 c.c., sia perché la dimostrazione della sussistenza in capo agli stessi del diritto di agire è stata fornita con la produzione degli atti di acquisto, da quali risulta che essi sono titolari del diritto di proprietà esclusivo sulle parti individuali e del diritto di proprietà in comunione sulle parti condominiali.

Sul punto, la Suprema Corte ha ripetutamente affermato che “L’azione di garanzia ex art. 1669 c.c. ha carattere personale e può essere promossa da ciascun condomino senza necessità che al giudizio partecipino gli altri condomini, sia nel caso in cui i vizi denunciati riguardino la cosa comune, sia se investano delle unità immobiliari di proprietà esclusiva”. Cassazione civile, sez. II, 10 aprile 2000, n. 4485).

III SULLE ECCEZIONI DI DECADENZA E PRESCRIZIONE

La difesa della T. COSTRUZIONI ha ripetutamente sollevato nel corso del processo le eccezioni di decadenza e di prescrizione dell’azione. In realtà, i documenti offerti in produzione dimostrano inconfutabilmente che l’azione esercitata dagli attori è tempestiva sotto entrambi gli aspetti. Vediamo perché.

L’art. 1669 c.c. dispone che in materia di rovina e difetti di cose immobili l’appaltatore è tenuto ad una garanzia decennale nei confronti del committente e degli aventi causa, purché la denunzia dei vizi sia fatta entro un anno dalla scoperta e l’azione sia esercitata entro il termine di prescrizione di un anno.

E’ pacifico che gli immobili de quibus sono stati ultimati nel 1993 (circostanza non contestata e risultante dai documenti prodotti).

Nel caso di specie la scoperta dei vizi risale al mese di novembre del 1997, quando il Geom. L. consegnò agli attori la propria relazione tecnica, che, subito dopo, con lettera a firma dell’Avv. Maurizio C., fu inviata alla convenuta e ai chiamati in causa, fatta eccezione per la Nuova X. s.p.a.
Sulla questione appare utile ricordare alla controparte l’insegnamento della Suprema Corte la quale ha così affrontato e risolto il problema: “per consolidata giurisprudenza di questo Supremo Collegio, la scoperta dei vizi da cui decorre il termine annuale per la denunzia, si intende verificata non già nel momento in cui il committente o i suoi aventi causa abbiano percepito segni o manifestazioni esteriori dei vizi dell’opera, bensì in quello in cui essi abbiano acquistato un apprezzabile grado di conoscenza, obiettiva e completa e non soltanto presuntiva, non solo della consistenza dei difetti e del pericolo che ne deriva, ma anche del loro collegamento causale con l’attività di esecuzione dell’opera. (…) Ed è stato altresì specificato da questa Suprema Corte che non conseguendo tale conoscenza, se non raramente, alla constatazione dell’aspetto delle cose (salvo che non si tratti di manifestazioni indubbie, come cadute o rovine estese e avvenimenti simili), ma per lo più, se si tratta di opere di una certa entità, all’espletamento di indagini tecniche, sugG.te dall’ovvia e commendevole prudenza di non intraprendere azioni infondate, in siffatte ipotesi il termine decorre dalla relazione del tecnico, anche se l’accertamento si sia compiuto e concluso alla presenza dello stesso appaltatore” (Cosi espressamente, Cass. civ. 5920 del 26.05.1993; id. 2977 del 20.03.1998; id 7612/99; id. 1052/99; id. 11613/98; id. 4198/94; id. 2410/83; id. 1534/84; id. 2676/85; id. 4507/85; id. 1114/86; 4531/86 e tante altre ancora).
Più di recente il principio è stato ribadito dalla S.C. con la seguente massima: “In tema di responsabilità dell’appaltatore per rovina e difetti di cose immobili ai sensi dell’art. 1669 c.c., l’identificazione degli elementi conoscitivi necessari e sufficienti perché possa individuarsi la “scoperta” del vizio ai fini del computo del termine decadenziale della denunzia e poi, da essa, del termine annuale di prescrizione del diritto del committente al risarcimento, deve effettuarsi sia con riguardo alla gravità dei difetti dell’edificio che con riguardo al collegamento causale dei dissesti all’attività progettuale e costruttiva espletata, sicché, in ipotesi di dissesti, relativi ad opere costruttive complesse, non potendosi onerare il danneggiato della proposizione di azioni generiche a carattere esplorativo, la conoscenza completa idonea a provocare la decorrenza del doppio termine (decadenziale e prescrizionale) dovrà ritenersi acquisita, in assenza di anteriori esaustivi elementi, solo all’atto dell’acquisizione delle disposte relazioni peritali. Ne consegue che denunzia dei gravi vizi da parte del committente può implicare un’idonea ammissione di valida scoperta degli stessi, tale da costituire il “dies a quo” per la decorrenza del termine di prescrizione, e, a maggior ragione, tale da far supporre una conoscenza dei difetti di tanto di tanto antecedente da implicare la decadenza, solo quando, in ragione degli effettuati accertamenti tecnici, risulti dimostrata la piena comprensione dei fenomeni e la chiara individuazione ed imputazione delle loro cause, per l’un effetto, alla data della denuncia, e, per l’altro, a data ad essa convenientemente anteriore”, Cass. Civ., sentenza 11740/2003.

Nel caso di specie, poiché non ci troviamo di fronte ad evidenti crolli e poiché lo stesso accertamento del CTU ha richiesto l’esecuzione di sondaggi, prove ed esperimenti, oltre che lo studio approfondito degli elaborati progettuali, è del tutto evidente come gli attori non fossero in grado di stabilire, prima della relazione peritale, non solo se i segni esteriori fossero da considerare gravi vizi e difetti ai sensi e per gli effetti dell’art. 1669 c.c., ma anche quali fossero le cause dei medesimi.

La contestazione della data della redazione e della consegna della perizia di parte del geom. L. è stata fugata, poi, dalla testimonianza del medesimo e del suo collaboratore, che hanno dichiarato, all’udienza del 26/01/2005, che la stessa fu consegnata agli attori in data 3.11.1997.
La T. Costruzioni ricevette la suddetta denuncia il 12.11.1997.. Successivamente, il termine di prescrizione venne interrotto con lettera raccomandata, contenente la messa in mora, ricevuta dalla T. Costruzioni in data 31.10.1998.

Il 16.12.1998 è stato depositato il ricorso per l’accertamento tecnico preventivo, notificato alla convenuta il 23.12.1998, a seguito del quale il CTU nominato ha depositato la sua perizia il 02.06.1999. L’atto di citazione di cui alla presente causa è stato notificato il 29.11.1999.
Dunque nessuna decadenza e prescrizione dell’azione si sono verificate nel caso di specie.

IV SULLA NATURA DEI VIZI ACCERTATI DAL CTU

Gli attori, come visto sopra, hanno esercitato l’azione extracontrattuale prevista dall’art. 1669 c.c..
La giurisprudenza ha avuto modo di precisare che“Tra i difetti di costruzione, ai quali è riferita a carico dell’appaltatore la garanzia di cui all’art. 1669 c.c., vanno compresi oltre i casi di rovina o di evidente pericolo di rovina parziale o totale dell’edificio, anche quei vizi che, pur non incidendo sulla statica e sulla struttura dell’immobile, pregiudicano in modo grave la funzione cui questo è destinato, e ne limitano in modo notevole la possibilità di normale godimento”, Cassazione civile, sez. II, 6 dicembre 1988, n. 6619, ovvero “quelli da cui deriva un apprezzabile danno alla funzione economica od una sensibile menomazione della normale possibilità di godimento dell’immobile che lo rendono inidoneo a fornire l’utilità cui è destinato”, Cassazione civile, sez. II, 11 febbraio 1998, n. 1393; id. 13106/1995.

Pertanto, “Al giudice di merito spetta altresì stabilire se le acquisizioni processuali sono sufficienti a formulare compiutamente il giudizio finale sulle caratteristiche dei difetti, dovendo egli, al riguardo, non limitarsi alla mera verifica della sussistenza del pericolo di crollo ovvero alla valutazione dell’incidenza dei medesimi sulle parti essenziali e strutturali dell’immobile, bensì accertare anche se, pur afferendo ad elementi secondari ed accessori, essi siano tali da incidere negativamente, pregiudicandoli in modo considerevole nel tempo, sulla funzionalità e sul godimento dell’immobile”, Cassazione civile, sez. II, 26 aprile 2005, n. 8577.

Configurano altresì gravi difetti dell’edificio a norma dell’art. 1669 c.c. “anche le carenze costruttive dell’opera – da intendere anche come singola unità abitativa – che pregiudicano o menomano in modo grave il normale godimento e/o l’abitabilità della medesima, come allorché la realizzazione è avvenuta con materiali inidonei e/o non a regola d’arte ed anche se incidenti su elementi secondari ed accessori dell’opera (quali impermeabilizzazione, rivestimenti, infissi, pavimentazione ecc.) purché tali da compromettere la sua funzionalità e l’abitabilità ed eliminabili solo con lavori di manutenzione, ancorché ordinaria, e cioè mediante opere di riparazione, rinnovamento e sostituzione delle finiture degli edifici”, Cassazione civile, sez. II, 28 aprile 2004, n. 8140
Fatta questa premessa, va osservato che il CTU, con relazione esauriente, coerente e puntuale, ha effettivamente riscontrato tutti i vizi e i difetti elencati in atto di citazione e cioè le fessure di intonaco orizzontali verticali e a ragnatela, le fessure di contorni di porte e finestre, i distacchi di vernice, intonaco, elementi di rivestimento; la presenza di muffe; le fessurazioni umide nelle corsie di manovra e l’andamento irregolare delle pendenze; la diffusa fratturazione delle piastrelle in ceramica all’interno delle unità di cui ai civici n.ri 1-3-5-7 piano terra, la frattura del pavimento in ceramica al primo piano del civico n. 5; il distacco di parquet nella camera nord del civico n. 1; l’apertura di fuga di elementi del parquet nella camera matrimoniale al civico n. 9; la lesione di intonaci in corrispondenza della muratura perimetrale di laterizio verso la loggia interna ed in prossimità delle scatole di derivazione dell’impianto elettrico a lato dell’ingresso delle camere ad est nelle unità nn. 3-5-7-9; le infiltrazioni umide presenti con ripetitività in più unità in corrispondenza del serramento di apertura sulla loggia interna nei civici nn. 1-3-5-7.
Trattasi evidentemente di vizi ricadenti nella fattispecie di cui all’art. 1669 c.c., giacchè incidono sul normale godimento dell’immobile, nonché sulla funzione dello stesso anche sotto il profilo economico.

Peraltro, su tale questione non vi è una contestazione da parte della convenuta, visto che lo stesso CTP dell’IMPRESA T., Ing. C., scrive nelle sue osservazioni che siamo in presenza ad una “carenza (grave, considerata l’età della costruzione) di durabilità del manufatto”, v. pag. VI.

V SULLA RESPONSABILITA’ DELL’APPALTATORE E SUL COSIDDETTO “APPALTO A REGIA”

La T. COSTRUZIONI, per escludere la propria responsabilità, ha sostenuto (tra le altre difese) essersi realizzato nella fattispecie un contratto di “appalto a regia”, nel corso del quale essa avrebbe agito come mero nudus minister.

Essa ha dedotto a tal fine (senza però fornire alcuna prova in proposito) di avere “manifestato, vanamente, il proprio dissenso” (v. pag. 2 comparsa di costituzione e risposta) al direttore dei lavori in ordine all’esecuzione delle opere.

Detta affermazione riveste notevole importanza, essendo inserita in un atto contenente la procura e come tale avente, per così dire, una sorte di fede privilegiata. Difatti, “Le ammissioni contenute negli atti difensivi sottoscritti unicamente dal procuratore “ad litem”, pur non avendo valore confessorio, costituiscono elementi indiziari liberamente valutabili dal giudice per la formazione del proprio convincimento; quando invece gli stessi atti rechino in calce o a margine anche la sottoscrizione della parte, il giudice può attribuire alle ammissioni ivi contenute valore confessori”, così Cass. Civ. Sent. n. 15760/2001.

Ebbene, nel momento in cui la difesa della T. COSTRUZIONI afferma di avere eseguito il progetto, nonostante avesse rilevato la contrarietà alle regole dell’arte delle direttive impartite, essa ammette che l’esecuzione è avvenuta consapevolmente nel mancato rispetto delle stesse. In altre parole, in corso di causa è stata raggiunta la prova sul fatto che l’appaltatore era a conoscenza che ciò che stava realizzando si poneva in contrasto con le regole del buon costruire.

Tuttavia, non avendo egli provato di avere manifestato tale dissenso (a tal fine nessuna lettera è stata prodotta, né è stato articolato alcun capitolo di prova), dette affermazioni rimangono a suo carico, come ammissione di fatti sfavorevoli.

Invero, in base ai principi elaborati dalla giurisprudenza, può senz’altro escludersi che nella fattispecie si versi in ipotesi di appalto a regia. Ma sul punto preferiamo far parlare direttamente la Suprema Corte, la quale con sentenza n. 10550/01 ha affermato:

<<Per consolidato orientamento di questa Corte, l’appaltatore, che debba eseguire un progetto fornitogli dal committente, è responsabile verso quest’ultimo, per i vizi dell’opera derivanti da errori dello stesso progetto, sia nel caso in cui, pur essendosi accorto di tali errori, non li abbia denunziati tempestivamente al committente, sia se non li abbia rilevati, ma avrebbe potuto e dovuto riconoscerli con la normale diligenza nei limiti delle sue cognizioni tecniche.

<<L’appaltatore è, invece, esentato da responsabilità se dimostri di avere manifestato il proprio dissenso e di essere stato indotto a eseguire il progetto, come nudus minister, per le insistenze del committente e a rischio del medesimo (cfr. ex plurimis: Cass. 10.5.1995 n. 5099; 1987 n. 4204; 1985 n. 5318).

<<Pertanto la responsabilità dell’appaltatore è da escludere solo nel caso in cui egli risulti essere passivo strumento nelle mani del committente, direttamente e totalmente condizionato dalle istruzioni ricevute senza possibilità di iniziativa o vaglio critico, laddove in ogni altro caso la prestazione dovuta dall’appaltatore implica anche il controllo e la correzione degli eventuali errori del progetto (Cass. 12.5. 2000 n.6088)>>.

E ancora:“Nel quadro di codesto indirizzo è stato altresì precisato che anche nell’appalto di opera pubblica l’appaltatore, essendo tenuto a rilevare – nei limiti delle sue capacità tecniche e delle cognizioni richiestegli quale imprenditore del particolare ramo – eventuali carenze o errori nelle disposizioni impartitegli dal committente o dal direttore dei lavori nominato dallo stesso, è responsabile per i danni cagionati a terzi nell’esecuzione dell’opera, anche se derivanti dalla imperfezione del progetto, a meno che non dimostri di avere manifestato il proprio dissenso e di essere stato indotto a seguire il progetto medesimo quale nudus minister nella ragionevole opinione che dalla fedele attuazione di esso non sarebbe derivato alcun danno a terzi (così Cass., 19 gennaio 1995, n. 616; v. anche Cass., 10 giugno 1987, n. 5069; Cass., 30 ottobre 1985, n. 5318, 2 maggio 1983, m. 3245; Cass., 13 aprile 1977, n. 1385)>>, così testualmente Cass. Civ., sentenza n. 7862/1996.

In buona sostanza, dunque, al fine di stabilire se un appalto è o meno a regia, la Suprema Corte attribuisce rilievo determinante a tali circostanze:
a) la dimostrazione di avere manifestato il dissenso e
b) di non aver potuto far altro che prendere atto delle insistenze del committente,
c) nella ragionevole opinione che la fedele attuazione di esso non avrebbe arrecato alcun danno a terzi.

Tuttavia, come abbiamo poc’anzi visto, a fronte della provata consapevolezza dell’appaltatore, nessun dissenso è stato provato in merito al progetto e alla sua realizzazione, né è stata provata alcuna insistenza del committente.

Ovviamente, non ha rilievo decisivo il fatto che il committente abbia predisposto i progetti o nominato il direttore dei lavori, posto che “Il controllo esercitato dal committente (nella specie, una società cooperativa edilizia), anche mediante il direttore dei lavori, durante la costruzione dell’immobile e con il successivo collaudo, quando non si risolve in una ingerenza così penetrante da rendere l’appaltatore un “nudus minister” (cosiddetto appalto a regia), rientra nei normali poteri di verifica del committente e non attribuisce, quindi, allo stesso la veste di costruttore e la responsabilità extracontrattuale che l’art. 1669 c.c. pone a carico del costruttore in quanto tale”, Cassazione civile, sez. II, 23 dicembre 1994, n. 11132 e ancora: “il controllo e la vigilanza del direttore dei lavori non annullano l’autonomia dell’appaltatore, che rimane tenuto a rispettare, nell’esecuzione, le regole dell’arte e ad assicurare un risultato tecnico conforme alle esigenze del committente (sent. n. 3092-87)”, così Cass. Civ. sent. n.169/96; “l’appaltatore, anche quando sia chiamato a realizzare un progetto altrui sotto il controllo e la vigilanza di un tecnico designato dal committente, conserva in gran parte la sua autonomia tecnico-operativa, essendo, in ogni caso, tenuto ad osservare le regole dell’arte e ad assicurare un risultato tecnico conforme alle esigenze del committente (cfr., ex pluribus, le sentenze 31.3.1987 n. 3092; 18.1.1980 n. 434; 5.1.1976 n. 1)”, Cass. Civ., sentenza n.13039/91.

La Corte di Cassazione ha poi affermato che “È fermo nella giurisprudenza di questa Corte, nell’ambito dell’interpretazione ed applicazione dell’art.1669 c.c., il principio che nonostante la diversità dei contratti che ne costituiscono la fonte, la responsabilità dell’appaltatore e quella del progettista e del direttore dei lavori ben possono concorrere alla produzione del danno quando questo sia ascrivibile ad errata progettazione e a cattiva esecuzione dell’opera, con la conseguenza che in tale ipotesi progettista ed appaltatore sono tenuti, ciascuno, a risarcire il committente (o l’avente causa dal committente), il quale può rivolgersi singolarmente all’uno o all’altro, o simultaneamente ad entrambi, salvo il regresso nei rapporti interni tra i suddetti coobbligati (cfr. sent. 15-10-82 n.5342). È principio altrettanto consolidato che la responsabilità esclusiva del direttore dei lavori (e-o del progettista) si pone soltanto allorché l’appaltatore agisca effettivamente come “nudus minister”, senza cioè libertà di determinazione e di decisione nell’esecuzione dei lavori commessigli (sent. 2985-74, 2214-75, 1606-76), ovvero quando le modalità esecutive corrispondano a disposizioni tassative impartite tramite il direttore dei lavori, che esorbitino dall’esercizio di un mero potere di controllo e siano riconducibili ad una penetrante ingerenza del committente incompatibile con l’autonomia dell’appaltatore, sempre che la pericolosità delle soluzioni imposte non sia da questo ultimo riscontrabile con l’uso dell’ordinaria diligenza (cfr. sent. 29-5-84 n.3288)”, Cassazione civile, sentenza n. 1948/89.
Sul punto, ancora più chiaramente la Suprema Corte ha stabilito che “La responsabilità dell’appaltatore, in tema di gravi difetti della costruzione ex art. 1669 cod. civ., non può certo essere esclusa, come vorrebbe la società ricorrente, per avere eseguito le indicazioni del committente godendo, invece, essa, quale appaltatrice, di un margine di autonomia nell’esecuzione dell’opera che le imponeva di attenersi comunque alle regole dell’arte e di assicurare un corretto risultato tecnico sicché, come esattamente rileva la sentenza impugnata, non era tenuta a seguire supinamente le istruzioni e trasformarsi in “nudus minister” se non dopo aver reso edotto il committente della erroneità e della incongruenza delle istruzioni impartite”, Cass. Civ., sentenza n. 7619/1997.

Ma anche a prescindere da tali fondamentali considerazioni, ad escludere la rilevanza della disquisizione sulla natura o meno di appalto a regia, è la stessa natura dei vizi rilevati dal CTU, che questi attribuisce:
a) alla mancata realizzazione delle murature di tamponamento dall’alto verso il basso (pag. 13 CTU);
b) alla qualità della malta utilizzata per l’intonaco, specie in rapporto al contenuto d’acqua e alle condizioni di posa e maturazione (pag. 14 CTU);
c) alla mancata realizzazione delle pendenze della pavimentazione nella corsia di manovra (pag. 24 CTU);
d) al non perfetto confezionamento ed isolamento di alcuni getti di fondazione in corrispondenza dei fenomeni di risalita (pag. 25 CTU);
e) alle condizioni climatico-ambientali in cui è stata posata la pavimentazione, nonché alla composizione e qualità del massetto (pag. 28 CTU);
f) alla cattiva chiusura delle tracce murarie dell’impianto elettrico, che hanno prodotto discontinuità nel supporto murario poi intonacato a gesso (pag. 30 CTU);
g) alle carenze di sigillatura dei falsi telai murati e dei coprifili esterni dei telai di spalla e di soglia (pag. 30 CTU).

Come si può ben vedere, si tratta di vizi costruttivi che attengono al normale “buon costruire” e che non trovano nel contratto di appalto alcuna giustificazione.

Solo in limitati casi il CTU ha riconosciuto come concausa un difetto nella progettazione statica (pag. 13-28 CTU), in cui la cattiva esecuzione da parte dell’appaltatore ha concorso a produrre il danno. Tuttavia, come si diceva sopra, la presenza di un difetto progettuale non può esonerare da responsabilità l’appaltatore, sia perché si tratta pur sempre di concausa, sia a fortiori perché egli, pur avendone la consapevolezza (v. pag. 2 comparsa di costituzione e risposta), non ha mai manifestato il proprio dissenso alla committente, né risulta che questa si sia ingerita in modo penetrante durante l’esecuzione dei lavori.

Il CTU, infine, ha escluso qualsiasi rilevanza e collegamento causale alla presenza del pozzo, il quale “andando ad emungere dalla falda artesiana profonda in pressione, ed avendo altresì le pareti di scavo a tenuta (rivestimento ad anelli in cemento), non può considerarsi ragionevolmente influente sulle problematiche di causa” (pag. 21 CTU). L’insistenza delle difese avversarie è meramente pretestuosa.

E’ stata esclusa del pari qualsiasi incidenza degli “scarichi di utenze idriche private all’interrato, stante la continuità idraulica nella rete di deflusso, come da prove eseguite il 26.05.03”.

VI SULLA QUANTIFICAZIONE DEL DANNO
V.1 Sulla quantificazione del danno relativo alla diffusa fessurazione delle piastrelle.

La difesa degli attori ha condiviso con il CTU la quantificazione del danno relativa ai vizi riscontrati nelle facciate e nel piano interrato del complesso edilizio in oggetto, mentre si è contestata la valutazione relativa ai danni accertati all’interno delle quattro unità immobiliari ai civici nn. 1-3-5-7 ed in particolare alla diffusa fessurazione delle piastrelle in ceramica al piano terra e al primo piano.

Il CTU, infatti, ha stimato il danno applicando una riduzione in misura percentuale del 70% sul costo aggiornato relativo alla pavimentazione.

Tuttavia, il quesito del Giudice era molto chiaro nell’affidare al CTU il compito di stimare il costo degli interventi di ripristino secondo i valori attuali.

Difatti, una volta accertata la presenza di vizi rientranti nell’alveo dell’art. 1669 c.c., il CTU avrebbe dovuto rispettare il quesito, quantificando il costo per le riparazioni, secondo l’insegnamento della Suprema Corte secondo cui “Con l’azione ex art. 1669 cod. civ. il committente può chiedere la condanna dell’appaltatore alternativamente al pagamento della somma di denaro corrispondente al costo delle opere necessarie per l’eliminazione dei difetti, ovvero all’esecuzione diretta di tali opere, giacché l’art. 1669 cit. riferendosi genericamente alla responsabilità dell’appaltatore, senza precisare le forme nelle quali il danno debba essere risarcito, ha inteso richiamare il principio generale secondo il quale, nei limiti stabiliti dall’art. 2058 cod. civ., il risarcimento può essere disposto in forma specifica o, per essere venuto meno il rapporto fiduciario che legava il committente all’appaltatore, per equivalente pecuniario”, così Cass. Civ., sentenza n. 5613/1996.
Applicando, invece, il criterio del deprezzamento della parte dell’opera, il CTU non solo non ha rispettato il quesito, ma ha operato una quantificazione palesemente iniqua, in quanto il valore di deprezzamento non può, eventualmente, essere riferito al solo costo del pavimento, bensì all’immobile considerato globalmente. In altre parole, il minore valore di mercato di un immobile (e ciò è un fatto notorio) in cui la pavimentazione presenta una diffusa fratturazione, non è pari alla mera riduzione percentuale del costo della stessa pavimentazione, bensì molto maggiore.
Ma tali argomentazioni non tolgono che in ogni caso debba essere risarcito il costo delle opere di ripristino, che il CTP, Prof. Ing. Luigino Dezi, con perizia logica, coerente, motivata e non contestata se non in forma di stile, ha quantificato in complessivi euro 14.582,26, cui va detratto il deprezzamento calcolato dal CTU, pari a 3.558,85, per una differenza di euro 11.023,41.
V.2 Sulla rivalutazione della moneta e sugli interessi.
Il CTU ha quantificato il danno prendendo come riferimento i prezzi contenuti nel Bollettino Ufficiale della Regione Marche del 2002. Nel frattempo, essendo trascorsi più di tre anni, si è realizzata pertanto la svalutazione monetaria (tenuto anche conto del notorio deprezzamento della moneta provocato dall’introduzione dell’EURO).

E’ noto che “l’obbligazione di risarcimento del danno, ancorché derivante da inadempimento contrattuale, configura un debito di valore, in quanto diretta a reintegrare completamente il patrimonio del danneggiato, che resta sottratta al principio nominalistico e deve, pertanto, essere quantificata dal giudice, anche d’ufficio tenendo conto della svalutazione monetaria sopravvenuta fino alla data della liquidazione (Cass. 10.1.1996 n. 166). Con la conseguenza che, qualora, in relazione alla domanda del creditore di riconoscimento del maggior danno, si provveda all’integrale rivalutazione del credito, secondo gli indici di deprezzamento della moneta, fino alla data della liquidazione, tale rivalutazione non può cumularsi con gli interessi legali dal giorno della mora, dovendosi gli interessi, sulla somma rivalutata, accordarsi solo dalla data della liquidazione, verificandosi altrimenti l’effetto che il creditore conseguirebbe di più di quanto avrebbe ottenuto se l’obbligazione fosse stata tempestivamente adempiuta (Cass. 9.1.1996 n. 83; 14.3.1995 n. 2930; 29.9.1994 n. 7943)”, Cass. Civ., sentenza n. 11021/1999.

Pertanto, l’importo dovrà essere rivalutato al 2006 e dal momento della liquidazione dovranno applicarsi gli interessi legali.
V.3 Sul rimborso dell’IVA.
E’ principio pacifico nella giurisprudenza della Suprema Corte, quello per cui laddove la parte sia condannata al risarcimento del danno pari al costo delle opere necessarie al ripristino della cosa, essa è tenuta al pagamento dell’IVA, e ciò anche nel caso in cui i lavori non siano stati ancora effettuati.

In particolare, la Corte di Cassazione si è espressa con le seguenti parole: “una volta che il danno sia liquidato in riferimento alle spese che il danneggiato dovrà affrontare per eliminare le conseguenze pregiudizievoli dell’illecito (nella specie riparazione, non ancora effettuata, di un autoveicolo), l’obbligazione risarcitoria si estende anche agli oneri accessori e conseguenziali, e dunque anche a quello del rimborso dell’IVA cui il danneggiato è tenuto nei confronti del riparatore, obbligato per legge ad addebitarla al committente, a titolo di rivalsa, ai sensi dell’art. 18, d.P.R 26 ottobre 1972, n. 633”, Cass. Civile, sentenza n. 10023/1997.

Nel caso di specie è pacifico che il costo quantificato dal CTU, prendendo a riferimento il Bollettino Ufficiale della Regione Marche, è stato calcolato al netto della citata imposta. Sullo stesso, pertanto, andrà calcolata l’IVA di legge.

Per quanto attiene l’aliquota applicabile, la nuova legge finanziaria non ha prorogato il regime agevolato (aliquota del 10%), da ultimo prorogato con legge 47/2004, scaduto il 31.12.2005; pertanto, attualmente gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria sugli edifici residenziali di cui alle lettere a) e b) della legge 457/1978, scontano un’aliquota del 20%. (con la Circolare n.71 del 07/04/2000, il Ministero delle Finanze aveva già escluso il regime di favore per le prestazioni professionali collegate a detti interventi, che il CTU ha quantificato in euro 5.000 (pag. 15 CTU), per le quali, quindi, era comunque applicabile l’aliquota ordinaria del 20%).

VII SULLE SPESE DI LITE

Per una mera svista, in sede di precisazione delle conclusioni, non è stato specificato che la condanna deve estendersi al rimborso delle spese generali e agli oneri di legge.

Per quanto attiene al rimborso forfettario, si segnala il contrasto di attualmente in corso nella giurisprudenza della S.C. (favorevoli al rimborso automatico, v. sent. n. 17936/2004; id. 603/2003; id. 5581/2003; contra Cass. 16065/2004; n. 738/2002, n. 9348; id. 8858/1998). Si chiede che il Giudice voglia aderire all’orientamento meno draconiano, considerato che si tratta dell’indirizzo maggioritario. Afferma in proposito Cass. Civ. 5581/2003: “Giusta un primo indirizzo giurisprudenziale, in particolare, il rimborso forfettario sulle spese generali dovuto all’avvocato e al procuratore a norma della tariffa professionale forense in ragione del 10% degli onorari e dei diritti è soggetto al principio della domanda e non può essere quindi liquidato d’ufficio. (Ad esempio in tale senso, Cass. 28 agosto 1998, n. 8558). Secondo altro indirizzo, decisamente maggioritario, il rimborso forfettario delle spese generali ai sensi dell’art. 15 delle disposizioni generali della tariffa professionale forense spetta automaticamente al professionista anche in assenza di allegazione specifica o di espressa richiesta, dovendosi quest’ultima ritenere implicita nella domanda di condanna al pagamento degli onorari giudiziali (Cass. 22 maggio 2000, n. 6637; Cass. 9 novembre 2000, n. 14596). Si osserva, a fondamento di una tale conclusione, che in base alle varie tariffe professionali succedutesi nel tempo il rimborso forfettario sulle spese processuali – pari al 10% dell’importo degli onorari e dei diritti – costituisce una componente delle spese giudiziali, per cui, in caso di condanna ai sensi dell’art. 91 c.p.c. e nei limiti fissati dal giudice, il soccombente è tenuto a rifondere alla parte vittoriosa anche il suddetto rimborso (Cass. 7 luglio 2000, n. 9119)”.
Per quanto concerne, invece, gli oneri accessori dell’IVA e del CAP, è pacifico l’orientamento della S.C. che ne ammette la liquidazione automatica, anche senza una espressa domanda (v. Cass. n. 10416/2003; id. 1672/2003; 4023/1996; 8686/1991; 1330/1984, n. 7002/1982, n. 3185/1983, n. 1969/1982; n. 3165/1981; n. 1005/1981).

P.T.M.

Si insiste nell’accoglimento della domanda, con vittoria di spese e competenze come da nota che verrà depositata.

Senigallia, lì 26/01/2006
Avv. Mirco Minardi