Investimento del pedone

Il conducente di un veicolo è tenuto a vigilare al fine di avvistare il pedone, il cui avvistamento, poi, implica la percezione di una situazione di pericolo, in presenza della quale il conducente è tenuto a porre in essere una serie di accorgimenti (in particolare, moderare la velocità e, all’occorrenza, arrestare la marcia del veicolo) al fine di prevenire il rischio di un investimento.

Da ciò consegue che, nel caso di investimento di un pedone, perché possa essere esclusa la responsabilità del conducente, è necessario che lo stesso si sia trovato, per motivi estranei a ogni suo obbligo di diligenza, nella oggettiva impossibilità di avvistare il pedone e di osservarne tempestivamente i movimenti, attuati in modo rapido e inatteso; occorre, inoltre, che nessuna infrazione alle norme della circolazione stradale e a quelle di comune prudenza sia riscontrabile nel suo comportamento.

Cassazione penale , sez. IV, 12 giugno 2007, n. 34111

Cassazione penale , sez. IV, 12 giugno 2007, n. 34111

Fatto-Diritto

M.P. ricorre contro la sentenza in data 30 aprile 2004, con la quale la Corte di appello di Napoli confermava la sentenza pronunciata ex art. 442 c.p.p., dal GIP del Tribunale di S.M. Capua Vetere che aveva dichiarato M.P. colpevole del reato di omicidio colposo aggravato dalla violazione della normativa sulla circolazione stradale (ex art. 589 c.p., comma 2) in danno del pedone R.M.G. e, ritenute le attenuanti generiche e la diminuente del rito, lo aveva condannato alla pena di mesi sei di reclusione, oltre al risarcimento dei danni ed al pagamento di una provvisionale.
La Corte di merito argomentava la conferma della pronuncia di responsabilità ritenendo accertata, attraverso l’esame delle planimetrie della polizia giudiziaria e della consulenza tecnica, una dinamica del sinistro, secondo la quale l’investimento del pedone doveva ricondursi proprio alla condotta colposa di guida del motociclista, che aveva tenuto una velocità di guida non idonea a controllare il mezzo ed anche ad arrestarlo per evitare un pericolo prevedibile. Sotto tale ultimo profilo evidenziava che il M., verso le ore 15, circolava in centro abitato, con portoni che affacciavano sulla strada e, quindi, l’attraversamento, sebbene repentino, di un pedone, non poteva ritenersi evento imprevedibile.
Avverso la sentenza, propone ricorso per cassazione il M., che articola due motivi di doglianza, strettamente connessi.
Con il primo denuncia la violazione di legge con riferimento all’art. 589 c.p., e art. 191 C.d.S., comma 2, assumendo che contrariamente a quanto sostenuto dalla Corte di merito, la vittima non aveva già impegnato la carreggiata, ma si accingeva a farlo, onde gravava sulla stessa, ai sensi dell’art. 190 C.d.S., comma 5, l’obbligo di dare la precedenza ai veicoli. Tale ricostruzione dei fatti troverebbe conferma nell’assenza di tracce di frenata, nella circostanza accertata che la vittima guardasse nella direzione opposta a quella di marcia del ciclomotore, nel punto di impatto e nella moderata velocità di marcia del ciclomotore.
Ulteriore conferma sarebbe da rinvenire nella richiesta pronunciata dal P.G. in sede di appello di assoluzione con la formula perchè il fatto non costituisce reato e nel fatto che non era mai stata contestata al ricorrente neanche in sede amministrativa la violazione della regola cautelare in tema di velocità, fissata dall’art. 141 C.d.S.. In conclusione, l’evento non sarebbe stato evitabile a causa del comportamento colposo del pedone, che si immise improvvisamente sulla carreggiata dallo spazio sgombro tra due auto in sosta (una delle quali era un Fiat Fiorino, che ostruiva la visuale della donna, alta solo un metro e mezzo) mentre sopraggiungeva il ciclomotore.
Con il secondo motivo denuncia il difetto di motivazione, sostenendo, in particolare, che i Giudici dell’appello, nell’affermare la responsabilità del prevenuto, non avrebbero tenuto conto che una delle auto in sosta era un Fiat Fiorino, più alto di cm 1,50 e che la posizione di guida del ciclomotore riduceva l’altezza del punto di visuale del conducente.
I motivi, entrambi diretti a censurare il giudizio di responsabilità penale dell’imputato, sotto il profilo della prevedibilità ed evitabilità dell’evento, meritano una trattazione congiunta. Ritiene il Collegio che la sentenza impugnata sia esente dai vizi logico giuridici denunciati e risponda adeguatamente alle censure sviluppate.
I Giudici dell’appello, all’esito della valutazione degli elementi acquisiti, hanno ritenuto di attribuire rilievo nel determinismo causale dell’evento alla velocità tenuta dall’imputato al momento dell’incidente, che, sebbene non superiore al limite massimo, era tuttavia imprudente, in considerazione della situazione dei luoghi, caratterizzata da una strada rettilinea in pieno centro abitato, con portoni ivi prospicienti.
I Giudici di merito hanno inoltre escluso, anche questa volta con motivazione esente da censure, che il comportamento della vittima nell’attraversamento, benchè repentino, fosse qualificabile come imprevedibile, sul duplice rilievo che l’investimento era avvenuto quando il pedone era già al centro della strada e che l’accertato stato dei luoghi, come sopra descritto, avrebbe dovuto indurre il conducente ad una maggiore attenzione, così da evitare l’impatto.
Correttamente, pertanto, i giudici di appello hanno ritenuto che improvviso, e quindi tardivo, fu soltanto l’avvistamento del pedone da parte dell’imputato, a causa della sua imprudente velocità, traendo conferma di tale convincimento nell’assenza di tracce di frenata sul manto stradale.
Il giudizio espresso sul punto attiene al merito dei fatti e non è sindacabile in sede di legittimità perchè frutto di un apprezzamento delle emergenze processuali, in ordine alla condotta di guida del ricorrente, ai profili di colpa in essa ravvisati e alla loro incidenza sotto il profilo causale, del quale è stata data congrua e coerente giustificazione.
La pronuncia è in linea con la giurisprudenza di questa Corte (v., da ultimo, Sez. 4^, 20 giugno 2007, Di Caterina), secondo la quale la regola cautelare che si assume violata (art. 141 C.d.S.) appartiene al novero di quelle, ed. elastiche, che necessitano, per la loro applicazione, di un legame, più o meno esteso, con le circostanze del caso concreto.
Coerentemente a tale impostazione, la Corte di merito, al fine di stabilire se la velocità tenuta in concreto fosse stata o meno pericolosa, ha considerato e valutato tutte le peculiarità del caso concreto (caratteristiche della strada, condizioni di traffico, assenza di tracce di frenata) e, una volta accertata la violazione della regola cautelare, ha stabilito l’efficienza causale della medesima.
La censura di difetto di motivazione, contenuta nel secondo motivo (con riferimento alla omessa valutazione da parte del giudicante dell’altezza del veicolo in sosta e della posizione di guida del ciclomotore, asseritamene ostative della visibilità del pedone) non può quindi trovare accoglimento nel caso di specie in cui l’"apprezzamento complessivo" del giudicante si è esercitato sull’insieme degli elementi probatori (a carico e a favore) onde il giudizio finale non autorizza a ravvisare le condizioni del difetto di motivazione qui censurabile. E ciò in quanto alla Corte, nell’assenza di una illogicità evidente, non è consentito rivisitare la valutazione sul complesso degli elementi di prova effettuata in sede di merito.
In proposito appar
e opportuno richiamare i principi più volte affermati da questa Corte in ordine agli obblighi gravanti sul conducente.
In primo luogo, il conducente è tenuto a vigilare al fine di avvistare il pedone. L’avvistamento del pedone implica la percezione di una situazione di pericolo, in presenza della quale ogni conducente è tenuto a porre in essere una serie di accorgimenti (in particolare, moderare la velocità e, all’occorrenza, arrestare la marcia del veicolo), al fine di prevenire il rischio di un investimento.
Circa i doveri di attenzione del conducente tesi ad avvistare il pedone, si è ancora sottolineato che grava sul conducente l’obbligo di ispezionare continuamente la strada che sta per impegnare, mantenendo un costante controllo del veicolo in rapporto alle condizioni della strada stessa e del traffico e di prevedere tutte quella situazioni che la comune esperienza comprende, in modo da non costituire intralcio o pericolo per gli altri utenti della strada (v. Sez. 4^, 23 gennaio 2007, Tassi ed i riferimenti in essa contenuti). Al fine di escludere la responsabilità del conducente è necessario, pertanto, che lo stesso sia trovato, per motivi estranei ad ogni suo obbligo di diligenza, nella oggettiva impossibilità di avvistare il pedone e di osservarne i movimenti, attuati in modo rapido ed inatteso; occorre, inoltre che nessuna infrazione alla norme della circolazione stradale ed a quelle di comune prudenza sia riscontrabile nel suo comportamento (v. la citata sentenza Tassi, nonchè, più di recente, Sez. 4^, 14 febbraio 2007, La Penna).
Nella fattispecie in esame, i Giudici di merito hanno correttamente applicato tali principi, mettendo in evidenza, innanzitutto, che l’impatto era avvenuto quando il pedone aveva già raggiunto il centro della strada e, in secondo luogo, che l’altezza della vittima e del posto di guida del motoveicolo non erano tali da precludere la possibilità di avvistare la donna, che aveva già impegnato la carreggiata libera (dai veicoli in sosta) per almeno 50 cm.
La tesi sostenuta dal ricorrente secondo la quale la percezione del pedone da parte del M. era stata ostacolata dalla presenza di un Fiat Fiorino, ivi parcheggiato, propone, all’evidenza, una diversa ricostruzione dei fatti, non consentita in questa sede, a fronte della valutazione compiuta dal Giudice di appello sulla base di un accertamento in fatto sostenuto da corretta e logica motivazione.
Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M

rigetta il ricorso e condanna i, ricorrente a, pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma, il 12 giugno 2007.
Depositato in Cancelleria il 6 settembre 2007
Mirco Minardi Avvocato Senigallia Ancona