Criteri per la determinazione dell'assegno di mantenimento

Il Giudice di merito, previo accertamento della sussistenza del diritto al mantenimento, deve considerare il contesto economico e sociale caratterizzante la vita dei coniugi durante la convivenza al fine di valutare la congruità dell’assegno in ordine alle esigenze del coniuge economicamente più debole.
Cassazione civile , sez. I, 29 febbraio 2008, n. 5443

Cassazione civile , sez. I, 29 febbraio 2008, n. 5443
Fatto
Con sentenza 19.5.97 il Tribunale di Montepulciano dichiarava la separazione giudiziale dei coniugi A.S. e M.M. P.; poneva a carico dell’ A. – a titolo di contributo di mantenimento – un assegno mensile di L. 2.000.000, rivalutabile annualmente sulla base degli indici ISTAT; rigettava le reciproche domande di addebito ed ogni altra domanda spiegata dalle parti e disponeva l’integrale compensazione delle spese di lite tra le stesse.
Tale pronunzia veniva impugnata dinanzi alla Corte d’Appello di Firenze sia dall’ A. (che chiedeva l’addebito della separazione alla moglie e l’esclusione dell’assegno stabilito a favore della stessa) che dalla M. (che chiedeva a sua volta che la separazione fosse addebitata al marito e poi che la misura dell’assegno mensile fosse elevata a L. 10.000.000).
Detta corte, con sentenza 13.2.1998, rigettava entrambi i gravami, confermando la decisione di primo grado.
Avverso tale sentenza sia l’ A. che la M. proponevano ricorso per Cassazione, il primo lamentando che fosse stato stabilito a suo carico un assegno di mantenimento senza tener conto dell’adeguatezza dei mezzi economici della M. rispetto al suo tenore di vita in costanza di matrimonio; la seconda che la corte non avesse compiutamente valutato i criteri di liquidazione dell’assegno ed avesse, comunque, respinto la domanda di addebito della separazione al marito.
La Corte di Cassazione, con sentenza 136/2001, accoglieva il ricorso principale dell’ A. e dichiarava assorbito quello della M..
La causa veniva riassunta dinanzi alla Corte d’Appello di Firenze dall’ A., che ribadiva la sua richiesta di escludere ogni assegno di mantenimento a favore della moglie e chiedeva la condanna della stessa a restituire quanto percepito a tale titolo.
Costituendosi in giudizio la M. chiedeva la reiezione delle domande di controparte ed insisteva nelle proprie richieste di dichiarare la separazione con addebito al marito e di elevare l’assegno mensile posto a carico dello stesso a L. 10.000.000.
Con sentenza dell’8.10-12.12.2002 la corte adita respingeva sia l’impugnazione dell’ A. che quella della M..
Avverso detta sentenza A.S. ha proposto ricorso per Cassazione sulla base di due motivi illustrati con memoria. M. M.P. ha resistito con controricorso.
Diritto
Con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione degli artt. 384 e 394 cod. proc. civ. e dell’art. 143 disp. att. c.p.c., anche in relazione all’art. 156 cod. civ..
Omessa e, comunque, insufficiente motivazione su un punto essenziale della controversia.
Il giudice a quo, al fine di correttamente decidere sulla sussistenza, o non, del diritto della M. di ottenere un assegno di mantenimento a carico del ricorrente, avrebbe dovuto anzitutto, in base al principio di diritto formulato dalla Suprema Corte con la sentenza n. 136/2001, riferirsi al “criterio della adeguatezza delle sostanze economiche della M.” e, solamente qualora avesse ritenuto inadeguate dette sostanze, avrebbe potuto procedere alla determinazione dell’assegno.
Detto giudice, invece, senza effettuare alcuna indagine sull'”adeguatezza” delle sostanze economiche della M. per accertare se queste le avrebbero consentito di mantenere il tenore di vita in precedenza goduto, le avrebbe riconosciuto il diritto all’assegno di mantenimento in base alla mera comparazione della situazione economica dei due coniugi.
Così giudicando, avrebbe disatteso il principio di diritto fissato dalla Suprema Corte di Cassazione, atteso che, in presenza di un reddito annuo di L. 60.000.000 nette, della proprietà della casa in cui la M. vive e dello espletamento di attività professionale, avrebbe dovuto ritenere insussistenti i presupposti di legge per l’attribuzione dell’assegno di mantenimento o, comunque, avrebbe dovuto concretamente indicare le ragioni della ritenuta inadeguatezza delle predette disponibilità economiche al mantenimento del tenore di vita in precedenza goduto.
Con il secondo motivo il ricorrente denuncia ulteriore violazione degli artt. 384 e 394 cod. proc. civ. in relazione all’art. 156 cod. civ., commi 1 e 2, ed agli artt. 2730, 2735 e 2697 c.p.c., nonchè agli artt. 115 e 116 cod. proc. civ.. Insufficiente e contraddittoria motivazione su punti decisivi della controversia.
La corte di merito avrebbe dovuto contenere l’indagine sul fatto nei limiti assegnati dalla sentenza rescindente.
Pertanto, in corretta osservanza dei limiti imposti dalla legge al giudice del rinvio, la corte di merito avrebbe dovuto procedere preliminarmente alla verifica, sulla base della situazione di fatto come definitivamente accertata dal giudice di appello, se la M. fosse priva di redditi propri adeguati a consentirle un tenore di vita analogo a quello goduto durante il matrimonio, potendo procedere poi, solo nell’eventuale ipotesi di risposta positiva, al riconoscimento del diritto all’assegno di mantenimento per la ritenuta sussistenza di disparità della posizione economica tra i coniugi e graduando, infine, l’entità dell’assegno sulla base delle esigenze della M..
Il giudice a quo avrebbe tralasciato di considerare aspetti di merito determinanti e decisivi definitivamente accertati nella sentenza di appello resa in precedenza dalla Corte d’Appello di Firenze, ed in particolare che tra i coniugi non si era mai instaurata la convivenza e che la M. disponeva di adeguati redditi propri.
Inoltre la motivazione della sentenza presenterebbe passaggi contraddittori, atteso che si sarebbe fatto discendere il peggioramento del tenore di vita della M. dalla perdita, con la separazione, della disponibilità di una proprietà dell’ A. a (OMISSIS), con tutto quello che questa comportava per l’aiuto costituito dal personale domestico e per la possibilità di ricevere amici, pur dandosi atto nello stesso contesto della motivazione che la predetta non avrebbe avuto stabile residenza nella casa dell’ A. in (OMISSIS).
I due motivi di ricorso, che in quanto connessi possono essere esaminati congiuntamente, sono infondati.
La Suprema Corte con la sentenza n. 136 del 2001 ha fissato il seguente principio di diritto, affermando che per il sorgere del diritto all’assegno di mantenimento in favore del coniuge, cui non sia addebitarle la separazione, è necessario sia che questi risulti privo di adeguati redditi propri, vale a dire di redditi che gli consentano un tenore di vita analogo a quello goduto durante il matrimonio, sia che sussista una disparità di posizioni economiche tra gli stessi coniugi.
Pertanto, il giudice di merito, accertata la sussistenza del diritto al mantenimento sulla base di detti presupposti (l’an), deve poi prendere in considerazione, per valutare la congruità dell’assegno in ordine alle esigenze del coniuge economicamente più debole (il quantum), il contesto economico e sociale caratterizzante la vita dei coniugi durante la convivenza.
Il collegio ritiene che il giudice a quo non abbia affatto violato il principio di diritto fissato dalla Suprema Corte con la sentenza summenzionata.
In base all’enunciato principio il giudice di rinvio avrebbe dovuto accertare se vi fosse una disparità reddituale tra i coniugi e, nell’ipotesi di un accertamento positivo della sua sussistenza, avrebbe dovuto accertare, prendendo in considerazione il contesto economico e sociale caratterizzante la vita dei coniugi stessi durante la convivenza, se tale disparità consentisse al coniuge economicamente più debole di mantenere un tenore di vita analogo a quello di cui godeva durante la convivenza con l’altro coniuge.
Questo ha fatto il giudice di rinvio.
Ha prima verificato quali fossero le potenzialità economiche di ciascuno dei coniugi e, poi, tenendo conto di dette potenzialità e del tenore di vita, di cui erano sicuro indizio i beni posseduti, è pervenuto alla conclusione di un deterioramento del precedente tenore di vita della M. ed ha ritenuto che, perchè questa potesse mantenere un tenore di vita analogo, l’ A. avrebbe dovuto corrispondere alla predetta un assegno mensile di L. 2.000.000.
Il giudice a quo ha,infatti, accertato che il reddito della M. (medico ospedaliero) ammonta a L. 60.000.000 annue nette e che la stessa è proprietaria dell’appartamento in cui vive; che l’ A. è proprietario di immobili a (OMISSIS) (tenuta con grande casale, giardino e piscina, nella quale – all’epoca del matrimonio – vi era personale di servizio costituito da una coppia di coniugi), che è socio di diverse società con notevoli giri di affari e che gli mettono a disposizione diverse auto ed un appartamento in (OMISSIS), affermando che tali elementi dimostrano una capacità di spesa superiore ai 150-200 milioni annui.
Da tale accertato notevole squilibrio tra la situazione economico- patrimoniale dei due coniugi e dal fatto che la M. ha perso la disponibilità della proprietà di (OMISSIS), anche se è risultato che durante il matrimonio non risiedesse stabilmente nella stessa, il giudice di rinvio ha ritenuto che la M. con il solo proprio reddito non potesse conservare un tenore di vita analogo al precedente (anche se ciò non è stato affermato esplicitamente, lo è stato implicitamente, ponendosi tale implicita affermazione quale conseguenza logica necessaria degli elementi di fatto in precedenza accertati e valutati e presupposto logico necessario del riconosciuto diritto ad un assegno di mantenimento di L. 2 milioni mensili).
Il collegio osserva, altresì, che non vi è alcuna contraddizione, come invece affermato dal ricorrente, tra l’aver dato rilievo, al fine della concessione del predetto assegno di mantenimento, alla disponibilità da parte della M., durante la convivenza, della proprietà in (OMISSIS), e l’avere affermato che la M. stessa non risiedeva stabilmente nella medesima, atteso che il tenore di vita di una persona è determinato non solo dall’uso effettivo di beni, ma anche dalla possibilità, quando vuole, di poterne disporre.
Lamenta, altresì, il ricorrente che il giudice di rinvio non abbia tenuto conto del fatto che mai tra i coniugi si era instaurata la convivenza, che sarebbe stato accertato dalla precedente sentenza della corte d’appello.
Il collegio osserva che giustamente il giudice di rinvio non ha tenuto conto di quanto accertato dal precedente giudice di appello, atteso che la sentenza di quest’ultimo è stata cassata, come si legge nella citata sentenza della Suprema Corte, perchè fondata” solo su considerazioni, tra l’altro contraddittorie e confuse, riguardo al periodo di convivenza e su mere indicazioni, come tali sommarie dei coniugi, così evidenziando un macroscopico difetto di motivazione sul punto”.
Per quanto precede il ricorso deve essere rigettato, essendosi il giudice di rinvio, come sopra dimostrato, uniformato al principio di diritto formulato dalla Suprema Corte ed avendo giustificato il proprio convincimento con motivazione congrua ed immune da vizi logico-giuridici.
Conseguentemente il ricorrente, in ossequio al principio della soccombenza, deve essere condannato a rimborsare alla resistente le spese del giudizio di legittimità, che, tenuto conto del valore della lite, appare giusto liquidare in complessivi Euro 3.100,00 (tremilacento), di cui Euro 100,00 per spese vive, oltre spese generali ed accessori come per legge.
P.Q.M
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a rimborsare alla resistente le spese del giudizio di legittimità, che si liquidano in Euro 3.100,00 (tremilacento), di cui Euro 100,00 per spese vive, oltre spese generali ed accessori come per legge.
Così deciso in Roma, il 7 febbraio 2008.
Depositato in Cancelleria il 29 febbraio 2008
Mirco Minardi avvocato Senigallia Ancona